SPECIALE VENEZIA 83
- di Andrea Lo Gioco -
Naza
Regia: Yuval Abraham e Rachel Szor
Premio: Premio Speciale della Giuria (Venezia 83°)
Realizzato dai registi del pluripremiato No Other Land, Naza è un'indagine razionale e spietata ambientata nel cuore di Tel Aviv. Prodotto con la collaborazione di The Guardian, il film fonde inchiesta giornalistica e urgenza documentaristica per mettere a nudo le tensioni sociali, etiche e politiche all'interno delle istituzioni e della popolazione israeliana. La regia distaccata, unita a un montaggio serrato, rende l'opera un lucido e necessario atto di resistenza formale.
Prodotto in collaborazione con The Guardian, l'opera analizza i meccanismi interni delle istituzioni e le spaccature etiche della società israeliana contemporanea. Evitando facili semplificazioni, la regia si concentra sui dettagli procedurali e sui risvolti personali delle scelte politiche, proponendo una riflessione aperta sul concetto di responsabilità civile, sul controllo dell'informazione e sul trauma intergenerazionale. Co-diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor (che ne ha curato anche fotografia e montaggio), NAZA impiega uno stile visivo essenziale e notturno. Le testimonianze dei veterani e degli ufficiali dell'intelligence vengono girate di notte sui tetti di Tel Aviv, con volti e voci resi anonimi da alterazioni digitali per proteggere la loro incolumità. La regia alterna questo buio claustrofobico con estratti di filmati di sorveglianza, schermate di software d'intelligence e video registrati dai cellulari della popolazione civile di Gaza.
Il titolo deriva dal termine militare ebraico Nezek Agavi (נז"א), tradotto burocraticamente come "danno collaterale". Il documentario raccoglie le sconcertanti ammissioni di 24 operatori dell'IDF coinvolti nell'impiego di algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale (come Lavender o Where's Daddy) usati per la generazione automatizzata e di massa di bersagli civili e militari.
NAZA analizza la disumanizzazione tecnologica della guerra moderna, dove la morte viene ridotta a un calcolo probabilistico d'errore tollerabile espresso in quote numeriche di perdite civili preventive. Il film traccia un parallelo formale sull'alienazione del massacro automatizzato, diventando un'opera di inchiesta dal valore storico imperituro.
Wild Horse Nine
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Regia: Martin McDonagh
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Cast: Sam Rockwell, John Malkovich, Steve Buscemi, Tom Waits, Parker Posey
McDonagh torna ai toni grotteschi e feroci di 7 psicopatici e Gli spiriti dell'isola. Ambientato su un'isola remota, il film segue il confronto tra due vecchi soci con trascorsi nell'intelligence (Malkovich e Rockwell) e la cospirazione politica legata agli anni di Pinochet. Con un umorismo nero graffiante, Wild Horse Nine decostruisce le dinamiche della colpa e del potere, affiancando interpreti d'eccezione a uno storytelling teatrale e imprevedibile. McDonagh combina i toni del thriller politico con il grottesco e la commedia nera. Con una fotografia a contrasto elevato curata da Ben Davis e sequenze di dialogo dal ritmo serrato e quasi teatrale, la regia trasforma l'ambientazione isolana e le maestose sculture monolitiche dell'Isola di Pasqua in uno spazio claustrofobico e surreale. McDonagh adotta la sua classica estetica di teatralità cinematografica, unendo una fotografia ad altissima risoluzione (curata da Ben Davis) con una regia basata su un montaggio di campo e controcampo estremamente ritmato. Gli spazi sconfinati e le sculture monolitiche moai dell'Isola di Pasqua vengono ripresi in campo lungo, creando uno stridente e ironico contrasto con la bassetezza e la piccolezza morale dei dialoghi sferzanti dei protagonisti.
Ambientato durante l'estate del 1973, il film segue due operativi della CIA, Chris Carlisle (Sam Rockwell) e Lee Chesterfield (John Malkovich), inviati sull'Isola di Pasqua per crearsi un al alibi prefabbricato durante le fasi operative del golpe militare orchestrato contro Salvador Allende in Cile.
La drammaturgia si sviluppa su un doppio binario: da un lato l'umorismo nero surreale (con Chris che possiede il fucile di precisione impiegato per l'attentato a JFK), dall'altro un tragico esame di coscienza sull'imperialismo e sulle operazioni coperte della Guerra Fredda (l'Operazione Condor). McDonagh riflette sulla figura del "servitore dello Stato", trasformando i due agenti in simboli della decadenza e della paranoia del potere americano.
Malkovich (premiato con la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile) offre una prova di recitazione straordinaria, basata su sfumature d'ironia tragica. La pellicola analizza la decadenza dell'imperialismo e la spirale paranoica del potere, rivelando come il senso di colpa non abbandoni mai chi ha servito lo Stato a scapito dell'etica.
Ink
Regia: Danny Boyle
Cast: Jack O'Connell, Guy Pearce, Claire Foy
Scelto come film d'apertura di Venezia 83°, Ink è l'adattamento cinematografico dell'omonima pièce teatrale di James Graham. Boyle affronta la scalata mediatica di Rupert Murdoch (Guy Pearce) e del suo ambizioso direttore Larry Lamb (Jack O'Connell) alla guida del tabloid The Sun negli anni '60. Caratterizzato dallo stile dinamico e visivamente pop di Boyle, il film indaga la nascita del giornalismo d'assalto sensazionalistico e la manipolazione dell'opinione pubblica.
Famoso per la sua regia dinamica, Boyle impiega montaggi ipercinetici, grafiche sovrapposte e una colonna sonora ritmata (firmata da Daniel Pemberton, insignito del Premio Soundtrack Stars). L'estetica visiva ricrea la frenesia della Fleet Street di fine anni '60 con colori saturi e inquadrature ad angolo acuto.
Tratto dall'omonima opera teatrale di James Graham, il film ripercorre la nascita di Fleet Street come impero mediatico moderno guidato da Rupert Murdoch (Guy Pearce) e dal direttore Larry Lamb (Jack O'Connell). Boyle esplora la commercializzazione dell'informazione, la nascita del sensazionalismo e il momento esatto in cui le notizie hanno smesso di essere un servizio pubblico per diventare intrattenimento e strumento di condizionamento politico.
Boyle traduce la pièce di James Graham con il suo caratteristico stile ipercinetico: angoli d'inquadratura inclinati, grafiche sovrapposte a schermo, split-screen e montaggio frenetico sincronizzato alla colonna sonora incalzante di Daniel Pemberton. La fotografia satura i colori primari (il rosso e il nero della rotativa d'un giornale tabloide) trasformando la redazione del The Sun del 1969 in una vera e propria fucina di montaggio industriale.
Il film ripercorre la scalata mediatica del giovane Rupert Murdoch (Guy Pearce) e del suo ambizioso direttore Larry Lamb (Jack O'Connell). Boyle analizza il punto di svolta storico in cui il giornalismo d'informazione anglosassone ha venduto l'etica d'inchiesta sull'altare del sensazionalismo, del voyeurismo e della commercializzazione del desiderio popolare, prefigurando le attuali derive dei media.
Look Back
Regia: Hirokazu Kore-eda
Cast: Natsuki Deguchi, Aju Makita, Masaki Suda
Il maestro giapponese torna in concorso al Lido adattando l'omonimo ed emozionante manga autobiografico di Tatsuki Fujimoto (autore di Chainsaw Man). Kore-eda abbandona in parte la dimensione puramente familiare per esplorare il legame tra due giovani disegnatrici di manga, riflettendo sul processo creativo, sul senso di perdita, sull'ossessione artistica e su come la finzione possa elaborare i traumi.
Kore-eda adotta un approccio registico contemplativo, caratterizzato da lunghi piani sequenza e una luce naturale morbida. Con una direzione d'attori misurata, il regista traduce l'espressività delle tavole del manga originale di Tatsuki Fujimoto in una composizione visiva fluida e poetica.
Il film racconta l'amicizia e la rivalità artistica tra due giovani disegnatrici di manga, affrontando il tema della dedizione totalizzante alla creazione. Kore-eda espande la narrazione per riflettere sull'elaborazione del lutto, sui rimpianti personali e sull'arte intesa come rifugio e ponte emotivo nei confronti del mondo reale.
Kore-eda adotta una regia di pura contemplazione visiva: inquadrature fisse a figura intera, movimenti di macchina lenti e sinuosi e un uso dominante della luce naturale per sottolineare lo scorrere delle stagioni. Il regista traduce in immagini cinematografiche la grana della pagina disegnata, indugiando sui dettagli fisici del lavoro del fumettista (il suono della china sul foglio, la postura della schiena chinata sul tavolo da disegno).
Adattando il manga autobiografico di Tatsuki Fujimoto (Chainsaw Man), Kore-eda racconta il legame tra Fujino e Kyomoto, due giovani con uno straordinario talento per il disegno. Il film riflette sull'ossessione per l'atto creativo, sull'invidia professionale che si trasforma in amicizia e sulla funzione dell'arte come mezzo d'elaborazione del lutto di fronte alla violenza e all'imprevedibilità del destino.
Oasis: Don't Look Back in Anger
Regia: Dylan Southern e Will Lovelace | Ideazione: Steven Knight
Il film documentario combina riprese sul campo ad alta definizione con materiale inedito in Super 8 e VHS ripescato dagli archivi personali dei fratelli Gallagher. La struttura narrativa si sviluppa parallelamente tra i concerti della recente reunion e il racconto storico dei loro primi anni.
Il punto di forza dell'opera è la prima intervista congiunta rilasciata da Liam e Noel Gallagher dopo oltre vent'anni di rottura. Il documentario non si limita a celebrare il fenomeno del Britpop, ma scompone l'archetipo del rapporto fraterno conflittuale e la pressione mediatica dell'industria musicale, analizzando come il tempo modifichi la percezione della fama, del successo e dell'identità.
Gli autori combinano materiali d'archivio restaurati in 4K (Super 8, VHS private della band) con le riprese ad altissima definizione del recente tour di reunion. La regia fa largo uso del montaggio parallelo, connettendo direttamente la performance di un brano sul palco nel 2025 con la prima volta che lo stesso pezzo venne suonato in una sala prove di Manchester negli anni '90.
L'elemento centrale del documentario è la prima intervista congiunta rilasciata da Liam e Noel Gallagher a vent'anni dalla separazione. Il film analizza la mitologia del fenomeno Britpop, spogliandola dell'iconografia di superficie per sviscerare le dinamiche psicologiche del rapporto fraterno, la gestione della celebrità tossica e l'impatto socioculturale che la loro musica ha avuto sulla classe operaia britannica.





Woman Unknown
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Woman Unknown
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Regia: May el-Toukhy | Premi: Leone d'Oro per il Miglior Film, Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Femminile (Mathilde Arcel).
May el-Toukhy costruisce una regia di stasi geometrica e compressione spaziale. La macchina da presa (spesso statica e posizionata ad altezza occhi) lavora sul quadro chiuso, trasformando gli interni borghesi della Danimarca del 1945 in gabbie dorate. La palette cromatica lavora sui toni desaturati del grigio, del ciano e del marrone terroso. Non c'è alcun uso ornamentale della ricostruzione d'epoca: l'impianto scenografico è scarno, quasi clinico, per far risaltare il peso dell'atmosfera sociale. Il film sviscera le conseguenze psicologiche e socio-politiche nell'immediato dopoguerra europeo. La narrazione segue Marie (Mathilde Arcel), domestica e bambinaia prossima al matrimonio con il ricco vedovo Christian. La parabola di emancipazione viene mandata in frantumi dall'affiorare di un passato "scomodo": la sua relazione sentimentale con un soldato dell'esercito occupante tedesco durante il conflitto.

Succederà questa notte
Regia: Nanni Moretti
Cast: Louis Garrel, Jasmine Trinca, Angela Finocchiaro, Nanni Moretti
Moretti adotta un linguaggio corale ed elegante, con movimenti di macchina fluidi che attraversano differenti ambienti e personaggi. La colonna sonora, arricchita da brani di Bruce Springsteen e dei Rolling Stones, scandisce le transizioni emotive del racconto.
Tratto dai racconti Legami di Eshkol Nevo, il film affronta le complessità delle relazioni sentimentali e i non-detti dell'età adulta. Moretti intreccia ironia sottile e malinconia, analizzando le fragilità dei legami d'affetto, le coincidenze che cambiano la vita e la costante ricerca di riscatto emotivo in una società disorientata.

BUCKING FASTARD
Bucking Fastard
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Regia: Werner Herzog |
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Cast: Kate Mara, Rooney Mara, Orlando Bloom, Domhnall Gleeson
Il film evidenzia la cifra stilistica di Herzog: inquadrature ampie di ambienti naturali impervi alternate a toni narrativi stranianti e surreali. La regia sottolinea l'assurdità del gesto umano a cospetto dell'imponenza del paesaggio.
Liberamente basato sulla storia reale delle sorelle Holbrooke (interpretate da Rooney e Kate Mara), che tentano di scavare un tunnel attraverso una montagna alla ricerca di un'utopia, il film esplora l'ossessione, la fede cieca e l'eccentricità. Herzog torna su uno dei suoi temi d'elezione: la sfida ostinata contro le leggi della natura e le norme sociali, sospesa tra follia trascendentale e sincera ricerca di libertà. Il cinema di Herzog torna alle sue origini: campi lunghissimi sulla maestosità incontaminata delle catene montuose, contrapposti a primi piani strettissimi e stranianti sui volti dei protagonisti. La fotografia gioca con le asperità del paesaggio e le condizioni atmosferiche estreme, sottolineando l'isolamento fisico e mentale dei personaggi.
Ispirandosi alla storia vera ed eccentrica delle gemelle Holbrooke (interpretate dalle sorelle Mara), il film racconta la vicenda di due donne convinte dell'esistenza di una terra utopica, al punto da iniziare a scavare a mano un tunnel attraverso una montagna. Herzog torna sul suo grande tema filosofico: la sfida titanica, assurda e sublime dell'uomo contro la natura indifferente, esplorando il confine sottile tra la follia autodistruttiva e la pura ricerca della libertà spirituale.
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DAU
Regia: Werner Herzog
Cast: Kate Mara, Rooney Mara, Orlando Bloom, Domhnall Gleeson
Il film evidenzia la cifra stilistica di Herzog: inquadrature ampie di ambienti naturali impervi alternate a toni narrativi stranianti e surreali. La regia sottolinea l'assurdità del gesto umano a cospetto dell'imponenza del paesaggio.
Liberamente basato sulla storia reale delle sorelle Holbrooke (interpretate da Rooney e Kate Mara), che tentano di scavare un tunnel attraverso una montagna alla ricerca di un'utopia, il film esplora l'ossessione, la fede cieca e l'eccentricità. Herzog torna su uno dei suoi temi d'elezione: la sfida ostinata contro le leggi della natura e le norme sociali, sospesa tra follia trascendentale e sincera ricerca di libertà.
Il cinema di Herzog torna alle sue origini: campi lunghissimi sulla maestosità incontaminata delle catene montuose, contrapposti a primi piani strettissimi e stranianti sui volti dei protagonisti. La fotografia gioca con le asperità del paesaggio e le condizioni atmosferiche estreme, sottolineando l'isolamento fisico e mentale dei personaggi.
Ispirandosi alla storia vera ed eccentrica delle gemelle Holbrooke (interpretate dalle sorelle Mara), il film racconta la vicenda di due donne convinte dell'esistenza di una terra utopica, al punto da iniziare a scavare a mano un tunnel attraverso una montagna. Herzog torna sul suo grande tema filosofico: la sfida titanica, assurda e sublime dell'uomo contro la natura indifferente, esplorando il confine sottile tra la follia autodistruttiva e la pura ricerca della libertà spirituale.

Mr. Nelson
Regia: Shin'ya Tsukamoto
Cast: Rodney Hicks, Geoffrey Rush
Presentato in Concorso all’83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia (2026), dove si è aggiudicato il Leoncino d'Oro, Mr. Nelson, Did You Kill People? segna una svolta e al contempo una naturale continuità nella filmografia di Shin'ya Tsukamoto.
Dopo aver affrontato la ferocissima violenza bellica e samurai in Fires on the Plain (2014), Killing (2018) e Hokage – Ombra di fuoco (2023), il regista giapponese si allontana per la prima volta dall'ambientazione nipponica per raccontare una storia vera: la biografia del reduce afroamericano della guerra del Vietnam, Allen Nelson.
La Trama: La domanda di una bambina e i demoni del Vietnam
Il titolo del film deriva da una domanda diretta, spiazzante e innocente rivolta ad Allen Nelson (interpretato da giovane da Mark Merphy e da adulto da Rodney Hicks) da una bimba in una scuola primaria: "Mr. Nelson, ha ucciso delle persone?”
Cresciuto nella povertà a New York negli anni '60, Nelson si arruola nei Marines e viene spedito nell'inferno del Vietnam, dove si trasforma in una macchina da guerra. Una volta tornato a casa, i fantasmi del conflitto e una violenta sindrome da stress post-traumatico lo inghiottono. Il film si sviluppa attorno al suo doloroso percorso di psicoterapia guidato da uno psichiatra (interpretato dal Premio Oscar Geoffrey Rush), alternando il presente con crudi flashback del fronte, fino alla decisione di Nelson di trasformare la propria colpa e trauma in una testimonianza pubblica e pacifista rivolta ai giovani. Il montaggio frenetico e sincopato, tipico di Tsukamoto, trasmette l'angoscia, i tremori e i blackout mentali di chi vive con un disturbo post-traumatico. Il film evita la retorica dell'eroe, sul suo percorso di redenzione non semplice, un biopic bellico atipico e spiazzante.
